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domenica 3 gennaio 2016

2083 Una dichiarazione di indipendenza europea - Libro 2.33 Una lotta per la sopravvivenza La fuga dei cristiani dal mondo arabo

2.33 Una lotta per la sopravvivenza – La fuga dei cristiani dal mondo arabo


Autori: Amira El Ahl, Daniel Steinvorth, Volkhard Windfuhr e Bernhard Zand

I cristiani in medio oriente vivono sotto la minaccia del terrorismo, della violenza e dell'influenza sempre crescente dei musulmani. In alcuni paesi i cristiani sono una minoranza discriminata che deve lottare per la sopravvivenza o fuggire.

Nuova Baghdad, sette del mattino, la domenica prima di Natale. Un autista sciita di nome Ali prepara il suo pulmino per un viaggio, dopo avere ricevuto istruzioni solo poche ore prima. I suoi ordini sono di prelevare cinque passeggeri e portarli a destinazione fuori città. Il primo passeggero gli dirà dove sono gli altri e quale sarà la destinazione. Ali ha l'ordine di non dire parola a nessuno.

Il primo passeggero è un ventiquattrenne di nome Raymon, che lo sta aspettando seduto sulla sua valigia poco distante. Raymon guida Ali attraverso la parte orientale della città, un luogo pericoloso dove avere un autista sciita è una garanzia di sicurezza. La prima destinazione è nel distretto di Karrada, dove Amir e Farid li aspettano, la seconda è a Selakh, dove si trovano Wassim e Qarram. Per le nove Ali ha tutti i passeggeri a bordo e inizia il viaggio verso il Kurdistan, 350 chilometri a nordest, l'unica parte dell'Iraq dove si possa avere un po' di sicurezza.

I cinque giovani sul pullmino sono gli ultimi studenti del seminario cattolico caldeo del collegio di Babel. Da Agosto sono stati rapiti quattro preti e altri due sono stati assassinati. Padre Sami, il direttore del seminario, è stato rapito a Dicembre. La comunità è riuscita a raccogliere 75 mila dollari per pagare la sua liberazione ma Emanuele III, il patriarca caldeo, ha deciso di chiudere il seminario di Baghdad e di ordinare l'evacuazione delle quattro chiese cattoliche locali, del monastero di Hurmis e del collegio nel quartiere di Dura, rimanendo da solo in città come il pastore di una congregazione ormai in declino.


Una storia iniziata durante l'impero ottomano

I cattolici iracheni aprirono il loro primo seminario quando l'Iraq era ancora parte dell'impero ottomano, trasferendosi da Mosul a Baghdad 45 anni fa. Nel 1991, con l'approvazione del regime di Saddam Hussein, fondarono il collegio filosofico e teologico di Babel, ma durerà solo per 15 anni. Bashar Varda, l'uomo incaricato di gestire il seminario, ha detto che “Non so se e quando torneremo.”

I cristiani sono vissuti nel mondo arabo per 2000 anni, da prima che arrivassero i maomettani. La crisi odierna non è la prima e di certo non è la peggiore, se paragonata ai massacri del passato, ma in alcuni paesi potrebbe essere l'ultima. Persino il Papa, nel suo discorso natalizio, ha menzionato il “piccolo gregge” dei fedeli mediorientali, “costretti a vivere tra molte ombre e poca luce”.

Non ci sono dati affidabili sulle minoranze cristiane in medio oriente, vuoi per l'assenza di censimenti ufficiali, vuoi per la natura politicamente scottante di quei dati. Il Libano ha tenuto il suo ultimo censimento 74 anni fa. Saddam Hussein, un membro della minoranza Sunnita, si rifiutava di fare compilare le statistiche. In Egitto i cristiani sono tra i cinque e i dodici milioni, a seconda di come li si conti.

Data la mancanza di cifre esatte, i demografi devono andare a occhio: i cristiani sono circa il quaranta per cento dei libanesi, meno del dieci per cento degli egiziani e dei siriani, dal due al quattro per cento in Giordania e in Iraq, meno dell'uno per cento in Nord Africa. Gli ultimi cambiamenti politici del medio oriente hanno contribuito a ridurne ulteriormente il numero. A Gerusalemme metà della popolazione era cristiana fino al 1948, l'anno della prima guerra arabo-israeliana, mentre ora i cristiani sono meno del cinque per cento. Nella Giordania i cristiani si sono dimezzati in numero nel peridoo dalla guerra dei sei giorni del 1967 al 1990. Ci sono solo mezzo milione di cristiani in Iraq oggi, mentre erano 750 mila durante la guerra del golfo del 1991. Wassim, uno dei seminaristi in fuga verso il Kurdistan, afferma che metà dei cristiani rimanenti sono emigrati dopo l'invasione del 2003, molti dei quali negli ultimi sei mesi.


Problemi demografici

Il problema demografico ha accelerato il processo. I cristiani tendono ad essere più ricchi e più scolarizzati dei maomettani, quindi tendono ad avere meno figli. Dato che l'emigrazione è andata avanti per decenni, molti cristiani mediorientali hanno parenti in Europa, Nord America o in Australia, spesso disposti ad aiutarli ad emigrare. Inoltre, essendo più scolarizzati, per loro ottenere i VISA è facile. Quelli che se ne vanno sono i membri dell'elite: medici, ingegneri, avvocati.

Le ragioni più profonde dietro all'esodo sono il crollo dei movimenti secolaristi e l'influenza dell'Islam politico in Medio Oriente.

Michel Aflaq un cristiano siriano, fondò il movimento nazionalista Baath nel 1940, che offriva un'opportunità di carriera per i cristiani iracheni e un rifugio politico per molti cristiani siriani. L'ex presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser non si faceva problemi nel rendere omaggio alla Vergine Maria, che si dice sia apparsa in una chiesa di uno dei suburbi del Cairo dopo la sconfitta egiziana nella guerra del 1967 contro Israele. L'ex presidente palestinese Yasser Arafat, scomparso nel 2004, insisteva nel sedersi in prima fila durante la Messa di Natale nella chiesa della natività di Betlemme.

Questi giorni sono finiti. Gli ultimi cristiani influenti, come il caldeo Tariq Aziz, ministro degli esteri del regime di Saddam o Hanan Ashrawi, ministro della pubblica istruzione di Arafat, sono scomparsi dalla scena politica. La speranza di avere dei politici di fede cristiana è sparita dopo la vittoria della Muslim Brotherhood in Egitto e di Hamas nella zona palestinese, oltre alla venuta al potere di Hezbollah in Libano e alle lotte sanguinarie tra le milizie Sciite e Sunnite in Iraq.


Parte 2: Una storia di discriminazioni

I cristiani copti egiziani sono almeno cinque milioni e rappresentano la comunità cristiana più grande del medio oriente. La chiesa copta, fondata da San Marco Evangelista, inizia il suo calendario nel 284 DC, il punto massimo delle persecuzioni romane dei cristiani. Il suo leader è il Papa Shenouda III, di 83 anni.

Da molti anni gli attivisti copti lamentano le discriminazioni da parte dello stato egiziano. Yussuf Sidham, editore di Watani, un settimanale copto, dice che a differenza degli anni '70 c'è poca violenza fisica tra maomettani e cristiani. Secondo lui c'è una lotta contro le ideologie malvagie del fondamentalismo islamico, con una spaccatura crescente tra liberali e fondamentalisti.

Quando gli egiziani hanno eletto il nuovo parlamento nel 2005, il partito al governo NDP includeva solo due copti nei suoi 444 candidati. Oggi, solo un membro del parlamento, il ministro delle finanze, è un copto. Secondo Sidham il partito non ha voluto candidare copti dato che molta gente vota secondo la propria religione e quindi i copti attirerebbero meno voti.

Questo tipo di persecuzione è la norma in Egitto. Quando le truppe napoleoniche avanzarono per il delta del Nilo nel 1798 e occuparono l'Egitto, notarono che c'erano delle usanze strane. Le donne copte dovevano indossare una scarpa blu e una rossa. Gli uomini potevano cavalcare, ma seduti al contrario. I francesi capirono subito che i copti erano cittadini di terza classe. Alcuni di loro si sentono ancora tali.

Quando i cristiani richiedono una carta di identità egiziana, a volte vengono registrati come mussulmani. Una volta che la registrazione è avvenuta, ci possono volere anche dozzine di visite ufficiali per avere la modifica.

Per i cristiani, ottenere un permesso di costruzione per una chiesa era una prova di pazienza. Secondo le leggi egiziane rimaste dai tempi dell'impero ottomano, ci voleva il permesso speciale del presidente per fare i lavori di manutenzione nelle chiese. Il presidente Hosni Mubarak ha abolito la legge solo recentemente.

Le donne copte che lavorano per lo stato e si rifiutano di indossare uno scialle vengono molestate quotidianamente, così come gli uomini copti che lavorano nel posto sbagliato. Secondo i dipendenti di una software house americana, il loro superiore viene attaccato in continuazione, solo perchè è un copto.

La vita è ancora peggiore per i mussulmani egiziani che si convertono al cristianesimo. Nell'Ottobre del 2005, ad Alessandria, ci sono stati disordini perché è stato recitato un dramma in cui un copto si pentiva di essersi convertito all'Islam. Durante i disordini ci sono stati morti tra i dimostranti musulmani e danni a una chiesa. Per molti mussulmani, abbandonare la propria fede è un crimine. Invece, il governo ha stabilito una procedura veloce e semplificata per i cristiani che vogliono convertirsi all'Islam. Ogni anno, circa mille copti si convertono.


I problemi dei maroniti libanesi

Quando i missionari cristiani stavano per imbarcarsi per una missione rivolta alla conversioen dei Saraceni, San Francesco da Assisi li avvertiva che: “Il Signore dice: Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe.” Nulla di ciò potrebbe essere più lontano dai pensieri di Nasrallah Sfeir. Il problema di Sfeir, il patriarca ottantaseienne della comunità cristiana maronita, è che il suo gregge lo sta abbandonando.

Sfeir preferisce stare lontano dalle strade di Beirut e vivere nel palazzo sulle montagne del Cedro, dove si è trasferito durante la guerra con Israele, cosa di cui sta ancora pagando le conseguenze. Sfeir è un patriarca e un politico, e spesso riceve i cristiani influenti che vengono a chiedergli consiglio.

I suoi visitatori lo raggiungono attraverso un corridoio affiancato da banchi di legno intagliato. Il patriarca siede sotto un ritratto di Papa Giovanni Paolo II, stanco e consigliato da un consulente. Quando parla è calmo, ma chiaro e deciso. Sfeir critica l'Iran e la Siria per avere trasformato il Libano in un campo di battaglia per le loro dispute, ed Hezbollah avere stabilito uno stato dentro lo stato con l'aiuto dell'Iran. Secondo lui queste cose sono inaccettabili e hanno reso il Libano lo stato più piccolo e più debole del mondo arabo.

Il patriarca è malinconico mentre discute delle conseguenze dei disordini politici, specialmente del gran numero di cristiani che fuggono dal Libano. Secondo le autorità maronite, più di 730 mila cristiani sono scappati durante le guerre civili dal 1975 al 1990, con altri 100 mila che sono scappati durante l'ultima estate.

Secondo Sfeir, anche le altre comunità cristiane, come i greci ortodossi, i cattolici e gli armeni sono in declino, cosa che porta al declino dell'influenza cristiana in Libano. Secondo Sfeir: “E' improbabile che accada, ma se Hezbollah assumesse il potere ci sarebbe una fuga di cristiani ancora più grande”

Se ciò avvenisse il Libano, considerato un posto sicuro per le minoranze, perderebbe una delle sue comunità più antiche. Nel nono secolo i Maroniti, il cui nome deriva dal monaco siriano San Maron, scapparono verso le montagne del Libano per sfuggire alla persecuzione dei musulmani, unendosi alla chiesa cattolica romana nel dodicesimo secolo.

Siamo sopravvissuti persino alle Crociate”, afferma il patriarca: “Ora la guerra sta facendo scappare la gente. Stanno perdendo la speranza. Ma abbiamo visto anche il contrario. Abbiamo avuto presidenti cristiani in Libano fin dagli anni '40, per la prima volta in quattro secoli, e i nostri vicini mussulmani non hanno avuto niente da dire”

Sfeir si riferisce al sistema proporzionale , secondo cui il presidente deve essere cristiano, il primo ministro un sunnita e il portavoce del parlamento uno sciita. Questo sistema, risalente al 1943, è stato reso obsoleto dai cambiamenti demografici. Sfeir sente che il bilancio del potere è cambiato, e non a favore dei cristiani.


Speranze per la Siria e per la zona autonoma turca in Iraq

Molti cristiani vedono una speranza in Siria. Dopo la caduta di Baghdad, il regime di Damasco, isolato dagli USA, ha accolto migliaia di rifugiati iracheni. Facendo ciò, ha dimostrato all'occidente i meriti della dottrina del partito nazionalista di Baath. Secondo Farid Awwad, un venditore di souvenir fuggito dall'Iraq: “Qui a nessuno importa se sei sunnita, sciita o cristiano.”

La figlia dodicenne di Awwad è morta in un attacco alla chiesa caldea di Baghdad due anni fa: “Nessuno potrà liberarci del dolore, ma almeno possiamo vivere qui, dove siamo trattati come fratelli”

Il partito siriano Baath accoglie un numero elevato di cristiani, anche se molti di loro non sono praticanti, con una presenza importante nel governo, anche tra i militari e lo spionaggio (cosa inaudita nel mondo arabo). Il presidente Bashar Assad ha aperto una conferenza delle associazioni legali arabe col motto: “La patria è per tutto, ma la religione è una faccenda per Dio”, parole che sarebbero assurde se non impossibili in un altro paese arabo. Ad esempio, in Arabia Saudita non esiste una minoranza cristiana, ma vi sono decine di migliaia di lavoratori stranieri indiani o africani, molti dei quali cristiani. Nonostante ciò, il regime arabo ha proibito la pratica della religione cristiana, il possesso di bibbie e di crocefissi e la pratica religiosa in privato.

Gli altri stati del Golfo sono più liberali, anche se non esiste una libertà religiosa simile a quella europea. Esiste solo un'altra regione mediorientale dove i cristiani possono vivere liberi: la zona autonoma curda dell'Iraq del nord.

Alcuni partiti cristiani hanno introdotto una mozione inusuale durante una riunione del parlamento regionale di Arbil, la capitale curda. La loro proposta era l'introduzione di una zona cristiana autonoma nella zona orientale della provincia irachena di Nineveh, la patria ancestrale dei cristiani assiri oggi controllata dai Peshmerga curdi. Secondo la mozione, le minoranze cristiane caldee, siriane e assire dovranno avere il loro stato riconosciuto dalla costituzione, prima dal parlamento curdo e poi dall'assemblea nazionale di Baghdad.

Questo piano, che sembra una favola, ha una buona possibilità di essere realizzato. Le strade di Bartella, un villaggio cristiano a venti chilometri da Mosul, sono difese dalla Brigata di Hamdaniyah, una milizia cristiana che difende le chiese con le stesse tattiche usate dalle milizie sunnite e sciite per difendere le loro moschee. La chiesa siriana ortodossa della Vergine Maria è difesa da uomini barbuti armati di Kalashnikov. Fare foto è strettamente proibito.

"Cos'altro potremmo fare?" si chiede Ghanem Gorges, il sindaco di Karamlis, un villaggio caldeo poco distante da Bartella. Quest'anno ci sono stati già quattro attacchi da parte di miliziani armati, probabilmente mujahedeen da Mosul, che hanno assassinato Shakib Paulus, un gruista venticinquenne.

Chiunque voglia frequentare la Messa alla cattedrale di San Pietro ad Arbil deve prima farsi controllare da una guardia armata. Vicino alla cattedrale si trova un edificio nuovo, difeso da un reticolato: è il dormitorio per gli studenti del collegio di Babel che sono fuggiti da Baghdad.

Durante la Messa di Natale di quest'anno, il Pastore Sisar non ha tenuto l'omelia in Aramaico ma in Arabo, data la presenza di quattrocento fedeli provenienti da Baghdad. Sisar ha terminato il suo sermone con le parole "Barakat Allah aleikum" – "Che la pace del Signore sia con voi."


NOTA DELL'AUTORE: A oggi, 15 Gennaio 2016, la citta' di Bartella risulta conquistata e occupata dai guerriglieri del Daesh/ ISIS che ne hanno massacrato i residenti.

2 commenti :

  1. Seriamente, che cazzo mene dei cristiani nel mondo arabo? Ma li sbudellassero tutti, porco il signore

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    1. Dovrebbero fare da cuscinetto e votare contro le politiche piu' folli dei loro leader. E poi, in una situazione di merda come questa non puoi permetterti di fare troppo lo schizzinoso quando ti cerchi gli alleati.

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Ma che cazzo vuoi? Chi sono secondo te, quel porco di cristo?